Corso Vercelli 57 Milano 20144 - P.I./C.F. 08925980966

La responsabilità del Consulente Tecnico  d’Ufficio

 

La definizione del ruolo e della responsabilità del Consulente tecnico d’ufficio (CTU) consente di indirizzare in modo preciso il
comportamento del professionista che viene a prestare la sua opera al l’interno del processo.
La consulenza tecnica è vista essenzialmente come elemento di valutazione di dati già acquisiti al processo a seguito dell’attività delle parti, e non costituisce un mezzo di prova.
Secondo quanto afferma la giurisprudenza, si vuole intendere per responsabilità professionale una condotta colposa da cui scaturisce un danno ad altro soggetto nella fattispecie facente parte del processo dove si è richiesta la consulenza tecnica. Ma ciò che il CTU determina non è vincolante per il giudice il quale disattendere le conclusioni della consulenza nella valutazione del caso concreto in esame. Ciò detto, appaiono difficilmente delineabili i confini della sua responsabilità professionale.
Orbene, va in primis rilevato che è possibile, anche se molto improbabile, prospettare una responsabilità professionale del CTU qualora egli abbia, con azione spiccatamente colposa, celato elementi essenziali, inducendo in errore il giudice che, impossibilitato da detto comportamento all’esercizio del controllo critico, si orienterà verso una sentenza produttrice di danno ingiusto alle parti.
Il CTU rappresenta, a tutti gli effetti, un ausiliario del giudice e, in quanto tale, fornisce ad esso, mediante le sue valutazioni e il suo apporto tecnico, molteplici apporti che possono, soprattutto in ambito sanitario, condizionare anche pesantemente l’evoluzione della
controversia e la sentenza correlata.
In base all’art. 64 c.p.c. si applicano al consulente tecnico le disposizioni del codice penale relative ai periti da cui scaturisce una severa normativa sanzionatoria in caso di comportamento erroneo del perito.
Difatti l’art. 64 c.p.c., in tema di responsabilità del consulente, recita “Si applicano al consulente le disposizioni del codice penale relative ai periti. In ogni caso, il consulente tecnico che incorre in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, è punito con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda fino a euro 10.329. Si applica l’art. 35 del
codice penale . Egli è inoltre tenuto al risarcimento dei danni causati alle parti”.
Fatto salvo il comportamento “doloso”, la responsabilità del consulente tecnico appare ben configurata allorquando abbia redatto una relazione peritale erronea, dovuta a imperizia, negligenza, imprudenza, che induca in errore il giudicante arrecando danno alla parte.
In merito alla responsabilità civile del consulente tecnico d’ufficio vanno esaminati tre aspetti problematici:

a. Quale sia il grado di colpa necessario a radicare un giudizio di responsabilità;
b. Se sia applicabile al CTU la limitazione di responsabilità di cui all’art. 2236 del codice civile;
c. Quali siano i danni risarcibili.

Relativamente alle prime due questioni permane un contrasto giurisprudenziale.
Secondo un orientamento giurisprudenziale, il CTU dovrebbe rispondere solo in caso di dolo o colpa grave, mentre secondo altri, sulla base dell’art. 64 c.p.c. che prevede in ogni caso il risarcimento del danno, si ritiene che il Consulente risponda anche al di fuori delle ipotesi di dolo o colpa grave, secondo le previsioni degli artt. 2236 e 1176, 2° comma, cc. Il Consulente potrà essere ritenuto responsabile solo nell’ipotesi di dolo o colpa grave, nei casi in cui la consulenza implichi la soluzione di problemi tecnici di speciali difficoltà, nelle altre ipotesi sarà chiamato a rispondere in base all’art. 1176, 2° comma, secondo il
quale nell’adempimento delle obbligazioni, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata.
La responsabilità del CTU, quale prestatore d’opera intellettuale, è disciplinata dall’art. 1176 del codice civile che afferma non sufficiente
 una media diligenza del professionista ma ritiene necessaria una diligenza modulata in base alla natura dell’attività esercitata. Le conoscenze tecnico professionali richieste al momento dell’adempimento della prestazione incidono sulla valutazione della diligenza da cui discende il giudizio sulla responsabilità del professionista.

 Nell’art. 2236 del codice civile si afferma che il professionista è responsabile nei soli casi di dolo o colpa grave, qualora sia stata necessaria una consulenza per risolvere problemi tecnici di speciale difficoltà.
Il criterio enunciato dall’art. 1176 c.c. sulla valutazione della responsabilità professionale del CTU, può riguardare, con diversa gradualità, la fase di adempimenti burocratici, l’acquisizione documentale, i rilievi tecnici e la valutazione finale.
L’orientamento secondo il quale il consulente risponderebbe dei danni causati alle parti solo se abbia agito con dolo o colpa grave essendo esonerato nelle ipotesi di colpa lieve, e ciò indipendentemente dalla complessità dell’incarico, escludendo l’applicabilità dell’art. 2236 c.c. prende le mosse dalla considerazione che il richiamato art. 64 c.p.c. prevede la sola ipotesi in cui il consulente incorra in ipotesi di colpa grave e, infine, dalla considerazione che questi sarebbe per molti versi assimilabile, sotto il profilo della responsabilità, al giudice e come tale dovrebbe incorrere negli stessi limiti incontrati dal giudice che risponde delle sole
ipotesi di dolo, frode o concussione, e colpa grave.
Secondo un altro orientamento giurisprudenziale, viceversa, come anticipato, il CTU risponderebbe civilmente anche dei danni che avrebbe causato nei casi di colpa lieve ad eccezione delle ipotesi in cui ricorra la fattispecie di cui all’art. 2236 c.c. ovvero un incarico di particolare complessità.
Appare condivisibile questo secondo orientamento in quanto il primo tende a sottovalutare il riferimento normativo proprio dell’art. 64 c.p.c. nel quale si riferisce che il CTU è tenuto al risarcimento del danno causato alle parti “in ogni caso” limitando, di fatto, la responsabilità dello stesso alle sole ipotesi di colpa grave o dolo laddove, viceversa, deve ritenersi che la responsabilità del CTU può discendere da qualsiasi condotta illecita ed indipendentemente dall’elemento soggettivo (dolo, colpa grave, colpa lieve).
Non è condivisibile, peraltro, la interpretazione secondo la quale la responsabilità del CTU dovrebbe incontrare gli stessi limiti della responsabilità del magistrato in quanto tale parificazione, oltre a non avere alcuna base testuale, dimentica che le limitazioni alla responsabilità del magistrato sono dettate dalla necessità di salvaguardare l’indipendenza e l’autonomia del giudice costituzionalmente prevista (art. 101 e 104 Cost.).
Viceversa per il consulente tecnico d’ufficio tali garanzie costituzionali non sussistono.
Nel nostro ordinamento vige il principio generale secondo il quale qualunque fatto colposo obbliga l’autore di esso a risarcire i danni mentre le limitazioni di responsabilità costituiscono l’eccezione e, in quanto tali, non applicabili in via analogica e non suscettibili di una interpretazione estensiva.
Del pari non condivisibile appare l’applicabilità dei limiti di cui all’art. 2236 c.c. alle funzioni svolte dal consulente tecnico d’ufficio in quanto anch’essa è una norma eccezionale ed in quanto tale, non applicabile in via analogica od estensiva.
Tale norma è dettata dalla legge nei contratti di prestazione d’opera professionale, appare evidente, che il rapporto che lega il committente al professionista prestatore d’opera è ben diverso da quello esistente tra il giudice, il consulente tecnico d’ufficio e le parti in causa.
Infatti, tra le parti ed il CTU non esiste alcun rapporto contrattuale in quanto il consulente riceve l’incarico non da quest’ultime ma dal giudice ed è l’ufficio giudiziario il destinatario dell’attività del consulente. La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 11474 del 21 ottobre 1992 ha ribadito che “l’attività del consulente tecnico, che è svolta nell’esercizio di una pubblica funzione nell’ambito del processo, non è in alcun modo inquadrabile negli schemi del rapporto di lavoro, sia esso subordinato o anche autonomo, quasi che il consulente fosse vincolato alle parti da un rapporto di prestazione d’opera” lasciando intendere, quindi, che non sono applicabili le norme dettate per un rapporto contrattuale ad un rapporto che non è contrattuale come quello tra le parti ed il consulente tecnico d’ufficio.
Non è applicabile, infine, alla figura del consulente tecnico d’ufficio ed al suo rapporto con le parti in causa, il recente orientamento giurisprudenziale sulla cosiddetta responsabilità da “contatto” che consentirebbe di applicare le normative dettate in materia negoziale anche a rapporti che non hanno fonte contrattuale ma che ne sono assimilabili per il contenuto.
Orbene il rapporto tra CTU e parti nel giudizio non ha alcun contenuto assimilabile a quello di un rapporto contrattuale in quanto le parti non hanno alcun diritto di pretendere dal CTU una determinata prestazione o di porre quesiti vantando unicamente il diritto ad un corretto adempimento dei propri doveri da parte del consulente.
Sulla base delle argomentazioni sin qui esposte si deve concludere che il CTU risponde del danno causato quale che sia stato il suo grado di colpa.
Relativamente al danno risarcibile questo potrà consistere sia nel ritardo con il quale è stata accolta la propria domanda in conseguenza della necessità di rinnovare la consulenza, sia nelle conseguenze negative dell’accoglimento dell’altrui domanda fondata su una consulenza infedele, sia nelle spese sostenute per l’adozione di provvedimenti ritenuti indifferibili da una consulenza erronea, sia nelle spese sostenute per dimostrare l’erroneità della consulenza tecnica d’ufficio.
È esclusa la somma eventualmente anticipata da una delle parti al CTU in quanto rientra nel pagamento dell’indebito e se ne potrà chiedere la restituzione in qualsiasi momento.
Legittimato a richiedere i danni al consulente tecnico d’ufficio è la parte che ha subito pregiudizio dall’opera del CTU volendo intendersi che potrà non esser necessariamente la parte soccombente a lamentare pregiudizi ma che potrebbe essere la stessa parte vittoriosa a ritenere di essere stata in qualche modo danneggiata.
Competente a decidere sulla eventuale azione risarcitoria è il giudice competente per valore e per territorio dovendosi escludere una competenza specifica del giudice presso il quale la consulenza è stata espletata.
Altra problematica è quella relativa alla possibilità di iniziare una azione risarcitoria avverso un CTU prima che il giudizio nel quale è stato chiamato a svolgere le proprie funzioni sia terminato.
Orbene, benché ci siano decisioni difformi in tal senso, sembra condivisibile l’orientamento secondo il quale la legittimazione ad agire esista anche in corso di procedimento in quanto sussisterebbe l’interesse ad agire della parte danneggiata anche prima della conclusione del processo stesso.
La consulenza tecnica, nella procedura civile, viene disposta dal giudice qualora reputi utile un tipo di assistenza scientifica e specialistica, per la comprensione degli atti processuali, pur nella sussistenza del principio del giudice peritus peritorum, come contemplato nell’art.61 c.p.c. che afferma: “Quando è necessario, il giudice può farsi assistere per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più consulenti di particolare competenza tecnica. La scelta dei consulenti tecnici deve essere normalmente fatta tra le persone iscritte in albi speciali formati a norma delle disposizioni di attuazione al presente codice”. La consulenza tecnica assume, quindi, carattere di obbligatorietà per dirimere
problematiche tecnico scientifiche di complessa comprensione. Questa obbligatorietà, pur non essendo chiaramente prevista dalla normativa, scaturisce per analogia dalle norme penalistiche dove è esplicitamente contemplata.
La giurisprudenza penale afferma che “ai sensi dell’art. 220 c.p.p., il giudice è obbligato a disporre la perizie quando ne ricorrano i presupposti e ne sia fatta richiesta dalle parti.
Il codice di procedura civile, all’art. 191 descrive chiaramente le formalità necessarie per la nomina del consulente tecnico d’ufficio.
“Nei casi di cui agli articoli 61 e seguenti il giudice istruttore, con l’ordinanza prevista nell’articolo 187, ultimo comma, o con altra successiva, nomina un consulente tecnico e fissa l’udienza nella quale questi deve comparire.
Possono essere nominati più consulenti soltanto in caso di grave necessità o quando la legge espressamente lo dispone”. Imprudente va considerata la condotta di qualche giudicante che, nella convinzione di poter risolvere giudizialmente questioni tecnico scientifiche, avvalendosi della propria esperienza e conoscenza, ritiene ingiustificato il ricorso al consulente tecnico d’ufficio.
Nell’attuale concezione del legislatore, la perizia non costituisce una prova ma ha valenza tecnica e risolutiva per la corretta valutazione di problematiche che necessitano di competenze tecniche, scientifiche, artistiche (Cass. Pen. 18.2.1994, sez. IV, Martini, CED Cassazione, 197965).
Ciò detto, va innanzitutto osservato che, dal parere formulato dal Consulente Tecnico d’Ufficio, scaturiscono ripercussioni di carattere patrimoniale ed extrapatrimoniale nel processo civile, per cui assume rilevante importanza che detta perizia si svolga secondo canoni tali da garantire il contraddittorio delle parti in causa, l’obiettività nella valutazione dei fatti, la possibilità, per le parti, attraverso i propri legali, di intervenire nell’elaborazione peritale , collaborando o contestando l’operato del CTU nel caso lo ritengano inidoneo.
Il Codice Deontologico dell’Ordine dei Medici ammonisce: “Nell’espletamento dei compiti e delle funzioni di natura medico legale, il medico deve essere consapevole delle gravi implicazioni penali civili, amministrative e assicurative che tali compiti e funzioni possono comportare e deve procedere, sul piano tecnico, in modo da soddisfare le esigenze giuridiche attinenti al caso in esame nel rispetto della verità scientifica, dei diritti della persona e delle norme del presente Codice di Deontologia Medica” (art. 64). L’inizio delle operazioni peritali deve essere comunicato dal CTU e, in assenza di detta comunicazione, si configura un comportamento già viziato da imperizia o da negligenza.
Ai sensi dell’art. 90 c.p.c., il CTU ha l’obbligo di comunicare l’inizio delle operazioni peritali alle parti costituite e, per esse, al legale ed ai consulenti ritualmente nominati, al fine di garantire il diritto di difesa garantito ai sensi dell’art. 24 della Costituzione e la mancata comunicazione rende affetta da nullità la consulenza tecnica.
Difatti l’art.90 c.p.c., in tema di indagini del consulente senza la presenza del giudice recita “Il consulente tecnico che, a norma dell’articolo 194 del codice, è autorizzato a compiere indagini senza che sia presente il giudice, deve dare omunicazione alle parti del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni, con dichiarazione inserita nel processo verbale d’udienza o con biglietto a mezzo del cancelliere. Il consulente non può ricevere altri scritti defensionali oltre quelli contenenti le osservazioni e le istanze di parte consentite dall’articolo 194 del codice. In ogni caso deve essere comunicata alle parti avverse copia degli scritti defensionali”.
Tale errore procedurale comporta un danno patrimoniale da cui scaturisce un ritardato godimento di un eventuale beneficio economico. Appare come negligenza del CTU anche la mancata acquisizione di documenti necessari alla formulazione del giudizio.
Assume, viceversa, maggiore implicazione giuridica la colpa del CTU ascrivibile ad errori tecnici quali: errori nell’esecuzione di tecniche autoptiche, mancato prelievo di reperti, mancata o errata conservazione degli stessi, deficitario rilievo dei dati obiettivi, mancato o errato accertamento del nesso causale, e via di seguito.
Qualora il CTU sia carente di competenze specifiche, e ciononostante esprima la sua valutazione senza l’aiuto di specialisti, dovrà essere considerato imprudente.
Per quanto attiene all’aspetto sanzionatorio, la responsabilità del Consulente Tecnico è disciplinata, come sopra accennato, dall’art. 64 c.p.c. che, al primo comma, stabilisce che al Consulente si applichino le norme del codice penale relative ai periti.
L’art. 64 c.p.c. prevede, poi, che in ogni caso sia dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti.
Va precisato che l’azione risarcitoria conseguente al dolo subito per opera del CTU viene intrapresa su iniziativa di parte.
Gli artt. 19, 20 e 21 disp. att. c.p.c, nonché le norme professionali sulla responsabilità degli iscritti agli Ordini od ai Collegi Professionali, disciplinano ulteriormente la responsabilità del CTU.
Art.19-Disciplina. La vigilanza sui consulenti tecnici è esercitata dal presidente del tribunale, il quale, d’ufficio o su istanza del procuratore della Repubblica o del presidente dell’associazione professionale, può promuovere procedimento disciplinare contro i consulenti che non hanno tenuto una condotta morale specchiata e non hanno ottemperato agli obblighi derivanti dagli incarichi ricevuti. Per il giudizio disciplinare è competente il comitato indicato nell’art.14. Art. 20. - Sanzioni disciplinari. Ai consulenti che non hanno osservato i doveri indicati nell’articolo precedente possono essere inflitte le seguenti sanzioni disciplinari:

1) l’avvertimento;
2) la sospensione dall’albo per un tempo non superiore ad un anno;
3) la cancellazione dall’albo Art. 21. - Procedimento disciplinare.


Prima di promuovere il procedimento disciplinare, il presidente del tribunale contesta l’addebito al consulente e ne raccoglie la risposta scritta.
Il presidente, se dopo la contestazione ritiene di dover continuare il procedimento, fa invitare il consulente con biglietto di cancelleria, davanti al comitato disciplinare.
Il comitato decide, sentito il consulente. Contro il provvedimento è ammesso reclamo a norma dell’art. 15 ultimo comma.
Indipendentemente dai procedimenti disciplinari relativi alle disposizioni dei singoli Ordini o Collegi, il codice di procedura civile prevede una responsabilità presupponente l’iscrizione del CTU nell’albo dei consulenti tecnici presso il Tribunale ai sensi dell’art.13 disp.att. e la commissione di un illecito nell’esercizio delle funzioni di ausilio tecnico del giudice.
I consulenti ritenuti inadempienti agli obblighi scaturenti dagli incarichi ricevuti che hanno disatteso alle aspettative di specchiata moralità insite nel ruolo del CTU, subiscono l’azione disciplinare prevista dagli art. 19 ss. c.p.c. esercitata dal Presidente del Tribunale, il quale procede d’ufficio o su istanza del Procuratore della Repubblica o del Presidente dell’Associazione professionale, i quali a loro volta potrebbero essere investiti di problematiche attinenti lo svolgimento delle funzioni del CTU dalle parti, dai loro legali o dai loro consulenti.
Vengono, anzitutto, sanzionati quei comportamenti che già sono perseguibili come illeciti dalle associazioni professionali dei consulenti, garantendo in tal modo un corretto e leale svolgimento dell’attività processuale di consulenza con la conseguente cooperazione all’esercizio dell’azione giudiziale.
Il CTU è soggetto a sanzione qualora non ottemperi agli obblighi derivanti dagli incarichi ricevuti quali, la mancata ingiustificata comparizione del CTU alle convocazioni del Giudice, l’inottemperanza agli obblighi di custodia del fascicolo d’ufficio e dei fascicoli di parte, che il CTU è stato autorizzato a ritirare, il mancato deposito della relazione.
L’incidenza del Giudice sulla determinazione di responsabilità del Consulente Tecnico va considerata relativamente alla richiamata problematica del giudice quale peritus peritorum. Poiché nel nostro ordinamento vige il principio iudex peritus peritorum, in virtù del quale è consentito al giudice di merito di disattendere le argomentazioni tecniche svolte nella propria relazione dal Consulente Tecnico d’Ufficio, con l’unico onere da parte del giudice di un’adeguata motivazione esente da vizi logici ed errori di diritto (Cass. Civ., sez. III, 18 novembre 1997, n. 11440).
Il giudice, che è peritus peritorum, riguardo la consulenza da lui richiesta, è libero sia di recepirla, condividendone le conclusioni, sia di disattenderla (Cass. Pen., sez. IV, 9 dicembre 2003, n. 11516).
L’operato del Consulente tecnico d’ufficio può essere disatteso dal giudice che, oltre che sul piano logico giuridico, può entrare nel merito della problematica squisitamente tecnica. Orbene, a fronte di una tale intromissione la responsabilità del CTU appare di difficile individuazione considerando, altresì, che anche le parti, attraverso i propri consulenti, possono segnalare al giudice l’eventuale errore.
Infine, va considerata una particolare ipotesi di responsabilità, quella derivante dalla durata irragionevole del processo.
La legge n.89 del 24.3.2001 stabilisce che chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto della violazione dell’art.6, paragrafo 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ha diritto ad un’equa riparazione.
Nell’accertare la violazione il giudice considera la complessità del caso e, in relazione alla stessa, il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, nonché quello di ogni altra autorità (ctu compreso) chiamata a concorrervi o comunque a contribuire alla sua definizione.

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