Lo specialista-consulente di parte, in definitiva, concorre con l’avvocato, ciascuno relativamente al proprio bagaglio di competenze e nei rispettivi ruoli, alla

determinazione dei molteplici profili che compongono la linea difensiva dell’assistito. Le plurime opzioni, scelte, dottrine ed argomentazioni tecniche, scientifiche e giuridiche prese a riferimento, dedotte e sostenute, infatti, rappresentano l’essenza stessa della posizione processuale della parte. Si viene a formare, così, una vera e propria “simbiosi processuale” tra le attività delle due figure professionali.
Dal punto di vista della responsabilità, ne consegue che l’esito nefasto di un giudizio potrebbe astrattamente dipendere tanto dalla condotta negligente dell’avvocato, quanto da quella dello specialista. Del primo, nel caso in cui egli dia corso ad un procedimento privo dei necessari presupposti giuridici ovvero ometta di svolgere la (possibile e doverosa) attività giuridica e processuale, potenzialmente in grado di far approdare il giudizio ad un diverso risultato finale; del secondo, nel caso in cui la decisione di intraprendere il giudizio sia dipesa da una valutazione delle questioni tecniche sottopostegli priva di valenza scientifica, ovvero quando, nel corso del giudizio, il consulente di parte ometta per negligenza di svolgere le (doverose e possibili) argomentazioni in sede di c.d. “contraddittorio tecnico”12 e tale omissione sia causalmente collegata all’esito negativo del giudizio. Sotto quest’ultimo profilo, infatti, bisogna rammentare che, se ruolo del consulente d’ufficio è quello di spiegare al giudice i motivi delle proprie conclusioni, il compito del consulente di parte è quello di criticare tali conclusioni, ove le ritenga erronee, spiegando le ragioni per le quali il consulente del giudice ha sbagliato: questo è il solo modo, attraverso cui realizzare in concreto il noto principio “Judex peritus peritorum”. “Le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio sono … seguite dal giudice non per obbligo giuridico, ma solo se il giudice le ritiene convincenti. Se al giudice si portano argomenti sufficienti per convincerlo dell’erroneità delle conclusioni del c.t.u., il giudice non solo può, ma deve disattendere le risultanze del consulente tecnico che egli ha nominato”13. Il consulente di parte che ometta di svolgere diligentemente tale suo compito assume un comportamento contrario agli obblighi del suo incarico e, perciò, è suscettibile di responsabilità.
Quanto sin qui osservato consente di giungere ad un’inequivoca conclusione: le condotte dell’avvocato e del professionista-consulente di parte negligenti imperite o imprudenti e, come tali, suscettibili di fondare una responsabilità di tipo risarcitorio, presentano numerosi tratti comuni. Entrambe configurano un inadempimento del contratto di prestazione d’opera professionale; tale inadempimento, peraltro, in tutti e due i casi riguarda operazioni legate alla determinazione e all’attuazione della linea difensiva di un soggetto parte in un processo ed, infine, l’evento di danno che potenzialmente può scaturirne è sempre rappresentato dall’esito negativo del giudizio.
Ne consegue che non pare avventata l’opzione ricostruttiva di mutuare, per la fattispecie di responsabilità del consulente tecnico di parte, mutati mutandis, le soluzioni prospettate da dottrina14 e giurisprudenza per la responsabilità dell’Avvocato, anche in relazione alla configurazione del nesso di causalità tra la condotta ed il (rectius: l’evento di) danno.
Ai fini della sussistenza della responsabilità dello specialista-consulente, infatti, è evidentemente necessario che sia ravvisabile il nesso di causalità tra l’erronea valutazione delle questioni tecniche da parte del consulente e il danno, consistito nell’esito negativo del processo. Questo, sia nell’ipotesi in cui la parte, che si ritenga lesa dall’opera del proprio consulente, alleghi che una consulenza scientificamente valida l’avrebbe indotta a non intraprendere affatto il giudizio, sia nell’ipotesi, invero ancora più complicata, in cui si voglia sostenere che l’esito negativo del processo sia dipeso dalla negligenza del consulente in sede processuale (id est nel “contraddittorio tecnico”15). In quest’ultimo caso, in altre parole, si assume che l’esito negativo del giudizio sia dipeso dal mancato o insufficiente apporto argomentativo del c.t.p. a sostegno delle teorie tecnico-scientifiche, poste a fondamento della domanda dell’attore proprio su indicazione dello specialista.
In ogni caso, è evidente che la sussistenza del nesso causale sia accertabile solo mediante un giudizio di tipo “prognostico”: tale nesso sarà ravvisabile ove si possa concludere che un contegno professionale diligente e perito del consulente avrebbe, nell’un caso, indotto la parte a desistere dall’azione giudiziaria e, nell’altro caso, prodotto come conseguenza l’esito vittorioso della vertenza. Si tratta di un giudizio ipotetico che, non essendo suscettibile di positivo riscontro diretto, pone un problema giuridico di individuazione del parametro, in riferimento al quale ritenere sussistente o meno il nesso causale tra l’omessa e/o erronea attività dello specialista ed il danno da soccombenza processuale.
Sul punto, nella giurisprudenza in materia di responsabilità dell’Avvocato si registra un’interessante evoluzione, nel segno di un maggior favor per la parte (assuntamente) danneggiata: da una originaria impostazione, secondo cui si pretendeva “il sicuro fondamento dell’attività che il professionista avrebbe dovuto compiere e, dunque, la ragionevole certezza che gli effetti di quella sua diversa attività, ove svolta, avrebbero determinato l’esito vittorioso del processo”16, si è passati a considerare sufficiente il parametro della probabilità. La responsabilità dell’Avvocato, infatti, si ritiene sussistere “se, probabilmente e presuntivamente, applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause (art. 40 e 41 c.p.) [il buon esito della lite] non è stato raggiunto per sua negligenza”17.
Si tratta di principi e criteri che, quantunque elaborati con specifico riferimento alla figura dell’Avvocato, per tutta la serie di ragioni già esposte, possono costituire un valido punto di riferimento anche ai fini della ricostruzione della fattispecie di responsabilità del consulente di parte. Il trend giurisprudenziale di minor rigore nell’accertamento del nesso causale tra attività dell’avvocato ed esito negativo del giudizio, pertanto, deve ritenersi influenzare anche la posizione dello specialista-consulente e la relativa fattispecie di responsabilità.

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